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Butch Cassidy (1969)

Cowboy che ti fanno diventare gay.

Quest’anno sono andato a una festa di carnevale a tema Oscar. Dopo essere stato Mrs. Doubtfire lo scorso anno, volevo fare qualcosa di più comodo, quindi ho semplicemente comprato un gran bel cappello per interpretare Bradley Cooper in A Star Is Born, ma ovviamente più bello e più bravo, visto che Shallow la so suonare davvero. Appena arrivato alla festa, dopo essere stato scambiato più volte per Indiana Jones (perché Indiana Jones andava sempre in giro vestito country e con una chitarra), vedo due amici vestiti da cowboy. Li saluto e istintivamente, anziché dirgli: “Brokeback Mountain?”, gli dico: “Cowboy Gay?”. Quanti di voi avranno sintetizzato così quel film almeno una volta, fino a renderlo quasi il titolo ufficiale. Se però il titolo ufficioso di Brokeback Mountain sdogana ufficialmente tutti quei cliché da manuale di storia del cinema sul western (omosessualità latente e simboli fallici), c’è un altro film che può essere sintetizzato in maniera simile, ma nell’ottica dello spettatore eterosessuale medio e non di ciò che viene rappresentato sullo schermo. Quel film è Butch Cassidy e il titolo ufficioso è Cowboy che ti fanno diventare gay.

Il 1969-1970 è il biennio che segna il tramonto del western. Nel ’69 escono infatti sia Butch Cassidy di George Roy Hill, che Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah. Due film che raccontano la fine del West da prospettive diverse. Se quelli di Peckinpah sono personaggi da tragedia greca, veri duri che sono disposti ad accettare il proprio destino di morte fin dall’inizio, i Butch Cassidy e Sundance Kid di Roy Hill sono invece personaggi dotati di grande carica ironica, dei guasconi che nascondono un lato da uomo comune che cozza con l’idea classica di cowboy e che vuole sfuggire alla morte il più possibile. Mica so scemi. Alla fine certo dovranno fare i conti con il destino pure loro, non si scappa. Però i due leggendari fuorilegge diventano quasi un simbolo della distruzione di un certo tipo di virilità da parte di Hollywood e ad interpretarli adesso risulta impossibile immaginare attori diversi da Paul Newman e Robert Redford. Capite ora il perché del titolo ufficioso. Un western ironico con due degli attori più belli e affascinanti mai comparsi su uno schermo cinematografico. A equilibrare la coppia una splendida Katharine Ross, protagonista insieme a Redford di una delle scene più sexy senza l’ausilio di nudità che io ricordi in un film per il grande pubblico. Insomma, si può chiedere di più? Non credo proprio.

A chiudere il cerchio, gli Oscar 1970 (in cui nessuno si vestiva ancora da cowboy gay o da Bradley Cooper). Butch CassidyIl mucchio selvaggio ci arrivano un po’ a braccetto con un altro western storico, Il Grinta, che consegna la statuetta di miglior attore protagonista a John Wayne. Il sole sta tramontando all’orizzonte e gli eroici cowboy affrontano consapevoli l’ultima battaglia.

P.S. Questo articolo è stato scritto interamente con Raindrops Keep Fallin’ On My Head in sottofondo. Sì, perché se almeno una volta l’avete cantata in un momento di spensieratezza, lo dovete a Butch Cassidy e soprattutto a Burt Bacharach che l’ha scritta, B.J. Thomas che l’ha cantata e a Paul Newman e Katharine Ross che l’hanno resa immortale nella scena della bicicletta. Ah e visto che ci sono, Raindrops Keep Fallin’ On My Head è uno dei 4 Oscar poi vinti da Butch Cassidy insieme alla colonna sonora, la sceneggiatura originale e la splendida fotografia di Conrad Hall (che avrebbe poi vinto anche per American Beauty ed Era mio padre).

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