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Jurassic Park (1993)

Come in un sabato pomeriggio di Italia 1.

Su Isla Nublar, un’isola al largo della Costa Rica (del Costa Rica?), un multimilionario decide di aprire un parco di divertimenti, ricreando i dinosauri grazie ad avanzatissime tecnologie e campioni di Dna ritrovati in zanzare fituse di tanti anni fa. Alcuni esperti del settore si recano sull’isola per valutare l’esperimento e approvare il progetto.

Ovviamente va tutto a puttane molto velocemente.

In breve Jurassic Park è questo, ma c’è molto di più.

Che piaccia o meno, Steven Spielberg ha regalato a tre generazioni diverse almeno un film che ha segnato la loro infanzia. Per chi da grande non diventa un paleontologo, quella dei dinosauri è una fissa strettamente collegata con l’infanzia. Dal 1993 in poi però è cambiata la concezione dei dinosauri, o meglio, è diventato impossibile scindere i lucertoloni da Jurassic Park.

Ogni volta che qualcuno nomina un velociraptor voi vi trasformate automaticamente in Alan Grant e mettete in guardia tutti della loro pericolosità, sti bastardi figli ‘e ‘ndrocchia.

Almeno una volta nella vita avete corso per casa o, dio non voglia, sul posto di lavoro, a scuola o in un luogo pubblico, imitando un T-Rex o un velociraptor.

Magia animalista

Quello che più rimane però, a distanza di anni, è quella sensazione di magia che fa tornare bambini ogni volta che John Hammond pronuncia la frase “Benvenuti al Jurassic Park”. Questo perché Jurassic Park è una sorta di “punto di non ritorno” per gli effetti speciali. Grazie a questo cult la computer grafica è stata sdoganata nel mondo del cinema, ottenendo risultati sempre più sbalorditivi.

Rispetto al libro di Michael Chricton da cui è tratto, Jurassic Park perde molta carica di violenza. Ogni volta, però,  che questa viene mostrata in video da Spielberg non è mai fine a se stessa, ma è giustificata da un istinto naturale. Perché sì, il grande merito di Jurassic Park è quello di essere un film che intrattiene e sbalordisce, ma allo stesso tempo si interroga su questioni morali ed etiche e risulta alla fine della fiera come una sorta di manifesto animalista.

Quindi non vediamo l’ora di vedere l’imitazione del T-Rex dell’Onorevole Brambilla.

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Kult Russell

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