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Green Room (2015)

Nazi punks, nazi punks, nazi punks, fuck off!

La signora in giallo originale, Agatha Christie, sosteneva che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi sono una prova. Dopo Murder PartyBlue Ruin, con Green Room sono definitivamente diventato un fan di Jeremy Saulnier.

Sono sempre stato un appassionato di film che vedono un protagonista super ordinario in una situazione “straordinaria” e infatti nella mia top 3 personale c’è anche Collateral. Quella che si conclude con Green Room viene definita, non ufficialmente, Clusterfuck Trilogy, ovvero la trilogia del casino assurdo madonna fermati che casino veramente io non ho proprio parole. Una situazione che non può non accadere quando i personaggi sono letteralmente persone che potresti incontrare al banco frutta del supermercato sotto casa, mentre ti guardano con occhi colpevoli, perché li hai visti prendere una pesca senza guanto, ma anche complici perché sanno che almeno una volta è capitato anche a te.

A chi ad esempio non è capitato di incontrare al supermercato una band hardcore punk che rifiuta la fama? Gli Ain’t Rights sono una band hardcore punk a cui viene cancellato uno show e a cui, per rimediare i soldi mancati, viene proposto di suonare in un locale frequentato da neonazisti. Dopo una performance sorprendentemente tranquilla, per quanto tranquillo possa essere cantare Nazi Punks Fuck Off dei Dead Kennedys in un locale pieno di neonazisti (mio dio quanto è punk tutto ciò, amo sto film), i giovini si recano nel “camerino” dietro le quinte dove assistono accidentalmente ad un delitto. Si blinderanno nella green room del titolo per cercare di resistere all’assedio dei nazisti.

Dopo due film con attori sconosciuti, finalmente Saulnier ottiene un cast che vede alcuni dei migliori giovani talenti della nuova generazione come Joe Cole, Imogen Poots, Callum Turner, Alia Shawkat e il compianto Anton Yelchin nella parte degli impanicati prigionieri e nientemeno che Patrick Stewart nel ruolo del freddo proprietario del locale nazista. Il film si gioca tutto lì: sullo scontro tra l’anarchia dei comportamenti dei giovani determinata dal panico e la disciplina e l’ordine imposto dei nazisti, o almeno del loro capo. Tutto sembra estremamente realistico e spaventoso, perché Saulnier, dio lo benedica, non usa spiegoni, quindi i personaggi parlano come parlerebbero se non ci foste voi a fare il tifo per vedere un po’ di nazisti morti ammazzati.

Infine, se non vi ha convinto tutta la vicenda “band punk deve sopravvivere in un covo di nazisti”, vi dico che Green Room ha una delle battute di chiusura più belle che abbia mai sentito in un film. Quindi ora vi tocca arrivarci per forza.

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Kult Russell

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