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Ghost – Fantasma (1990)

Ghost 1990

UOOOOOO MAAAAAI LOOOOOVE MAAAAI DAAAARLIIIII

Ghost è probabilmente il film che più incarna quel preciso stile Anni ’80-’90 che vorremmo dimenticare. Questo, ovviamente, è anche il motivo per cui si fa amare così tanto.

Parliamoci chiaro: se il fantasma non fosse stato Patrick Swayze probabilmente tutti avremmo chiamato i Ghostbusters per portarselo via. Morto dentro già all’inizio del film e con una blanda considerazione dei propri e dei sentimenti altrui, Sam contrattacca un rapinatore (ovviamente messicano, cattivo e barbone) e ci rimane secco. Segue tentativo di Sam di salvare la sua donzella dai bruti e da quei subdoli uomini che si rovesciano le tazze addosso per cuccare (e ci riescono pure!) e tanti tristi ultimi saluti fra i due giovani innamorati; o, quantomeno, sappiamo che Molly (Demi Moore) lo ama, mentre Sam si limita a rispondere “IDEM” (o “ditto” in originale). Andiamo!

Dimentichiamoci per un attimo di sapere che c’è Whoopi Goldberg: la trama di Ghost sembra scritta dal primo Dawson Leery che arriva ad Hollywood sperando di sbancare e fa il botto, perché ha la faccia come il culo e la vita a questi qui sorride sempre.

Le nefandezze del film (quelle che vogliamo dimenticare, quelle che amiamo) sono tante e diffuse anche nelle scene cult. Per dirne qualcuna: la scena del tornio con la colonna sonora che ha fatto impazzire il mondo? Memorabile eh, ma qualcuno ricorda il successivo amplesso? No, perché non esiste. Bastano le mani di lui.

Inoltre, Sam lavora in ufficio e sposta conti bancari ai clienti, ma qualunque datore di lavoro con un minimo di gusto (e di amor proprio) si rifiuterebbe di far maneggiare soldi e conti di clienti al più genuino, fiducioso e anche profondamente insicuro carattere di Hollywood (per di più incastonato, com’è, nel marmo duro dei suoi muscoli). Swayze è lo yuppie più hippy che si sia mai visto al cinema.

Eppure non è possibile immaginare un Ghost diverso. Come gli Anni ’90, il film è pieno di contraddizioni, scemenze, pruriti, come l’affettuoso imbarazzo che accompagna i ricordi della nostra adolescenza.

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