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The Man in the High Castle (2015-)

***Si specifica che The Man in the High Castle non ha ancora raggiunto una conclusione. Arrivata alla stagione 3, è in questi mesi in produzione la stagione 4. Si prenda quindi la seguente come un’analisi della serie che non va oltre la stagione 3***

Il primo colosso di Prime Video

The Man in the High Castle è il cavallino rampante con cui Amazon si è lanciata nel magnifico mondo delle serie TV. Si trattava di fronteggiare la mastodontica Netflix, e perciò l’azienda di Seattle ha tirato subito fuori l’artiglieria pesante. Che dire? Il risultato è un fottuto capolavoro: per storia, personaggi, scenografie e costumi, e per la riflessione cui ci porta con la più grande sliding door della storia recente.

Dalla mente contorta di Philip K. Dick

Nel 1962 Philip K. Dick scrive un romanzo distopico – in Italia pubblicato col titolo La svastica sul sole – in cui s’immagina un mondo in cui la Germania nazista ha vinto la WW2. Molta l’attenzione sull’assetto politico: Germania e Giappone si sono spartiti il mondo, Hitler è ancora vivo nell’intento di rifinirsi i baffetti bianchi, e gli Stati Uniti sono spartiti in tre, ovvero Stati Pacifici del Giappone, il Grande Reich Nazista e la zona neutrale, una fetta di territorio-cuscinetto.

La serie di cui stiamo parlando non è altro che la fedele trasposizione, almeno nello spirito, di quanto descritto.

Il totalitarismo è la normalità

In questi distopici Anni ’60 osserviamo lo sviluppo di diversi personaggi, le cui storie ruotano intorno a misteriosi filmati di una realtà alternativa. Una ragazza cerca di fuggire da una San Francisco nipponica. Il suo ex fidanzato cerca di nascondere le proprie origini ebree. Un agente nazista sotto copertura cerca di sventare i piani della Resistenza. Un ufficiale americano, passato alla compagine nazista, cerca di mantenere la facciata di un perfetto padre di famiglia a svastica e strisce.

Il nazismo trionfante e il totalitarismo giapponese si mischiano alle evoluzioni sociali perbeniste, tecnologiche e consumistiche tipiche del boom economico. È un mondo in cui il totalitarismo è un’entusiasmante novità per chi ne ha sposato la causa e il più terribile dei nemici da combattere per il resto del mondo. Peggio: ormai la normalità assodata. Un mondo dove la svastica e il sole nascente sono gli unici due simboli contemplati, gli unici simboli da adorare come dogma assoluto. Un mondo senza democrazia, immaginato con tanta cura da essere reale. The Man in the High Castle provoca curiosità maniacale. È il capolavoro del “What if…?”: vuoi osservare qualsiasi elemento, non importa se sul livello macro o micro.

Juliana Crain e John Smith

A prescindere dalla resa visiva e dall’intreccio (che nella stagione 3 prende una strada che potrebbe essere “rischiosa”) un plauso va agli attori e per come hanno interpretato ruoli politici e sociali di un mondo che non è stato. Di poco sopra a tutti ci sono Alexa Davalos, Rufus Sewell e Chelah Horsdal, interpreti rispettivamente della fuggitiva Juliana Crain, dell’Obergruppenführer americano John Smith e della moglie di quest’ultimo.

La loro interpretazione certosina favorisce un approccio quasi documentaristico dello spettatore: sono gli archetipi di una società distopica, e la loro evoluzione è assolutamente verosimile. Come si comporta un fuggitivo o un ribelle del sistema? Com’è la classica famiglia nazi-americana? Un alto ufficiale nazista gioca a baseball con il figlio? La condizione della donna è diversa da quella di Mad Men? Cosa significa essere Uomo ed essere Donna? Il cast risponde magistralmente a queste domande.

Se siete amanti della fanta-politica, se amate le distopie, e siete abbonati ad Amazon Prime (e lo siete, avanti, mica vi sarete fatti sfuggire l’ultimo Black Friday) guardatevi senza neanche pensarci due volte questa serie. E rabbrividite. Fra trent’anni se ne parlerà ancora. Magari sarà la nostra realtà.

Una riflessione sul NEOREALISMO DISTOPICO

E qui mi permetto di esprimere una piccola riflessione. Se volete, potete interrompere la lettura qui e tornare a leggere quest’ultimo paragrafo dopo che avrete visto almeno la prima stagione. Da un punto di vista artistico, la fine della WW2 è stata l’inizio di un “movimento” creativo che ha coinvolto la maggior parte dei grandi registi del passato fino ad oggi, atto a far sapere al mondo le conseguenze della guerra, di cosa la gente ha dovuto patire durante quel periodo e negli anni a seguire. Un movimento che, come tutti saprete anche solo per sentito dire, ha avuto inizio con il Neorealismo di Vittorio De Sica. Non mi permetto di aggiungere nulla di nuovo a quanto scritto da critici molto più competenti di me per sottolineare l’importanza cinematografica e storica di questo periodo del nostro cinema. Da una parte, il nostro Vittorio e tutti i figli spirituali della sua corrente hanno voluto dire al mondo: “guardate cosa ci hanno fatto/abbiamo fatto, guardate cosa abbiamo dovuto subire, guardate cosa non dobbiamo assolutamente permettere che si ripeti”. Dall’altra c’è stata tutta quella corrente letteraria e cinematografica più avvezza alla fantascienza che invece ha trovato interesse a rispondere alla domanda: “e se i nazisti avessero vinto?”, e qui abbiamo come capostipite George Orwell e il suo 1984. Da quel 1949, anno in cui uscì il libro, di distopie letterarie e cinematografiche se ne sono immaginate tantissime. Innumerevoli i film e i libri in cui si immagina una società totalitaria passata o futura che detta legge sulla mente e le azioni di tutti. Io stesso ammetto di esserne tremendamente affascinato. The Man in The High Castle, col libro di Dick prima e con la serie di Amazon adesso, è l’ultimo importante prodotto di questa sorta di “Neorealismo distopico” (Vittorio caro, spero che tu non te la prenda a male se prendo un secondo in prestito la tua etichetta). Ancora oggi il connubio tra distopia e totalitarismo suscita così tanto interesse in campo artistico. Tutto questo cosa significa? Significa che evidentemente, di tanto in tanto, c’è bisogno di ricordarci e di ricordare che cose stupide come girare liberamente per strada, fare un viaggio senza dare particolari giustificazioni, esprimere la nostra opinione in totale libertà, tentare di impostare la nostra vita secondo le nostre aspirazioni, questo ed altro, sono libertà che ci sono state permesse in origine anche grazie alla vittoria delle forze alleate contro i nazisti, e sono cose tutt’altro che scontate. Cose che in regime totalitario, qualunque sia l’ideologia su cui si basa, non sarebbero permesse. Io non ho vissuto la guerra, ma questa serie mi ha molto suggestionato. Non oso immaginare l’effetto che potrebbe fare a chi la guerra o il post-guerra l’hanno vissuti sul serio. Avrei davvero curiosità di sapere la loro opinione. In qualsiasi fase della vita ci troviamo, noi abbiamo bisogno di serie come The Man in The High Castle.

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Robert De Lirio

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